Architettura della luce, talvolta o sempre?

Si è tenuto nei giorni scorsi l’illuminazione di tre alberi al Morton Arboretum riportata da Chicago Tribune, un evento che ha a che fare con la natura ma anche con il ruolo dell’uomo di valorizzarla e proteggerla.

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Più in basso potete vedere il video in cui tre alberi vengono illuminati con una tecnica simile al mapping, guidate dai suoni che vengono immessi in un device dagli stessi spettatori, mentre nella foto vi è un esempio di architettura della luce di Bruce Munro. Cos’hanno in comune queste immagini, in video e scatti? La risposta è semplicissima: il ruolo giocato dalla luce sia su elementi naturali che su elementi creati dall’uomo. O, più in generale, si potrebbe dire che in questi casi la mano dell’uomo cerca di valorizzare qualunque sia l’esistente, un vecchio o nuovo edificio, un elemento naturale, un esterno che altrimenti potrebbe essere fruito al suo meglio solo di giorno.

È questo che la luce artificiale fa: siamo portati a pensare che la luce naturale sia il miglior modo in cui un elemento architettonico di possa apparire. Il che è anche vero, se ci approcciamo a esso per ragioni di studio. Ma per quanto riguarda il turismo o in generale la bellezza fruibile di chi quell’ambiente lo vive nella quotidianità, un architetto della luce sa esattamente come dare colore e forma a qualcosa che contiene suggestive qualità di suo.

Il fenomeno si sta espandendo, dagli ultimi trenta-quaranta anni – anche se allora riguardava per lo più le grandi metropoli internazionali – a macchia d’olio anche nei nostri minuscoli comuni italiani: e così una chiesa barocca, un palazzo gentilizio, un parco antico, si trasformano in poche ore, dal giorno alla notte, in modo non solo da essere fruiti ma anche e soprattutto in modo da essere ammirati in tutto il loro splendore e anche di più.

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